Saturday, November 25, 2006

Nella storia della Sicilia c'è sempre una cupola

L’ironia è il tratto vivo che ricordo della Sicilia quando penso ad una nota di distinzione del popolo dell’oblio. E due DNA in un’unica genia: uno avvezzo all’obbedienza e l’altro al comando.
Quando sparì il feudatario vennero lo stato e il parastato, per coprire con un pesante ombrello i vuoti di potere in rimedio all’accidia endemica della popolazione.
Così sembrerebbe: che a partire dal momento in cui a Noto è stato tolto il ruolo di provincia, sia cominciata la depressione. Come succede ad una donna molto bella e colta che viene ignorata dal marito, o che si riprende dopo una devastante malattia, ma non trova attenzione e conforto e si trova anzi a dover competere con una ragazza più attraente, anche se meno fine e sensibile.
Antichi nobili a guardia di palazzi vuoti e fatiscenti pressati da ICI ed dalle Belle Arti vendono, svendono, abbandonano. Qualcuno serba il taglio impeccabile del vestito, altri hanno indossato pantaloni lisi e barba incolta, ma rifiutano il cappello e aborriscono l’abbronzatura. Ostentano visi emaciati nascosti al sole per difendersi dalla calura e dalla melanina che conferirebbe loro un’impronta di sudditi.
Ma che cosa ha rifiutato il mondo di loro: cultura, protervia, valori, o un’inconfutabile inclinazione alla pigrizia e al giudizio? O ancora la convinzione di aver acquisito un diritto generazionale ad essere serviti? O magari l’affezione al ragionamento e all’arte della retorica.
D’improvviso questo popolo incline alla mestizia aromatizzata al gelsomino si trova affranto al capezzale della cupola che ha elargito più da morta che da viva una speranza: che la città rifiorisca più bella che pria, in barba al vicinato.
Così, come un antico e pregevole manoscritto trova postumo il suo giusto onore, la bella addormentata nel bosco dimenticata nei secoli si risveglia al bacio prodigo del principe, che la adorna di finanziamenti e la omaggia di zoccoli d’oltralpe e ancora la fotografa e la decora di insegne luminose come brillanti.
Gli anziani occhieggiano dalle porte ripittate, le donne si tingono i capelli, mentre appaiono d’incanto nella piazza le Lacoste, simbolo della vittoria del capitale. I pensionati agli angoli e nei bar hanno sostituito nella loro conversazioni il Re col Presidente, dalle memorie felliniane si erge inossidabile ai secoli e alle mode il prosperoso seno della tabaccaia, reiterato trionfo della carne sul pensiero.


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